Versi Marziale proibiti, lascivi e da censura? - ZIP Rivista Letteraria per i Giovani

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Versi Marziale proibiti, lascivi e da censura?


Marziale: la realtà indagata attraverso una lente deformata

La pagina è di contenuto lascivo, ma la condotta di vita è onesta


di Angela Mirabile


Lo spirito dissacrante di chi critica gli schemi della società, degli individui e degli stereotipi non sono certo una novità dei nostri giorni. L’uomo ha sempre avvertito la necessità di esternare il proprio malcontento, di mettere alla berlina il proprio avversario o semplicemente di creare la caricatura di una realtà che solamente deformata può essere guardata con occhi consapevoli, seppur velati di malinconia stemperata da un sorriso.
Così accade che oggi molti comici godano di un discreto successo, perché con delle battute irreali a volte hanno saputo raffigurare un momento storico che sembrava sfidare ogni logica.
Marco Valerio Marziale è stato uno scrittore latino di epigrammi riccamente intrisi di uno spirito satirico e sarcastico. Nacque a Bibilis, in Spagna nel 40 d.C. ben presto si spostò a Roma, negli ultimi anni della dinastia Julio-Claudia. Ma le cose si complicarono velocemente per il nostro poeta. I maggiori intellettuali dell’epoca ben presto furono costretti dall’imperatore Nerone a suicidarsi ed ecco che gli venne meno qualunque tipo di protezione.
Dovette così cercare di mantenersi da solo con l’aiuto della propria arte.
La sua opera conta ben quindici libri.
Il primo è quello scritto durante il regno di Tito, Liber de spectaculis, di cui ce ne sono giunti trenta, inerenti gli spettacoli cistercensi che si tenevano proprio nell’anfiteatro Flavio.
Altre due raccolte, pubblicate intorno al 85-86 d.C. si intitolano Xenia e Aphoreta, di chiara derivazione etimologica greca: i primi sono letteralmente doni per gli ospiti, di breve estensione, interessanti perché danno idee e spunti sulle pietanze romane; la seconda accoglie epigrammi da allegare ai doni che i convitati portano a casa.
Da questo momento in poi, fino a pochi anni dalla morte, Marziale pubblicò con scadenza quasi annuale altri dodici libri di epigrammi.
Con Marziale vanno in scena i personaggi che affollano il suo tempo, con pregi, ma soprattutto con vizi e discutibili abitudini. La sua invettiva è intensa, ma lucida. Con una lente grottesca, la realtà scivola di fronte ai nostri occhi di lettori.
Si passa dai sobborghi più putridi, alle case sontuose e ricche del patronus di turno che si circonda di clientes, dalla ricchezza scioccamente ostentata, alla povertà e alla depravazione. Nessuna categoria sociale è risparmiata.
Ora i pungenti versi di Marziale colpiscono una prostituta vecchia che fa di tutto per accaparrarsi nuovi clienti, adesso si accanisce contro medici incompetenti. L’epigramma 47 del primo libro si compone di soli due versi. Nel primo ci presenta il personaggio: un medico che adesso è divenuto vispillum (becchino). È il verso finale a coronare il tutto, il famoso fulmen in cauda, cioè la stoccata finale che colpisce la vittima dei versi: non è cambiato nulla per il nostro uomo, perché fa adesso lo stesso lavoro che faceva prima.
Un altro epigramma che inveisce contro la professione medica, stavolta riguarda l’autore in prima persona: egli racconta, che essendo malato viene visitato da un medico con il suo seguito di discepoli. Anche stavolta il verso pungente non si fa attendere: il poeta lamenta di star peggio, dopo che mille mani lo hanno palpeggiato e toccato per curarlo. [Epigramma 9, libro V]
In pochissimi versi, Marziale ci dà l’immagine della società, con punte di realismo, che non hanno bisogno di trovare una corrispondenza storica nei nomi e nei personaggi che ci presenta. Non sono loro a fare la differenza, quanto ciò che rappresentano.
E ancora eccolo a sbeffeggiare uomini che si tingono i capelli, o donne che si truccano e cambiano i proprio denti per nascondere la propria età. Nessun tono indulgente, nessuna benevolenza o riguardo. Il pregio dello spirito satirico è proprio indagare e focalizzare l’attenzione su certi aspetti meno nobili della società, suscitando sì riso, ma soprattutto riflessione. In fondo cosa sono lo scherzo e la beffa, se non un altro modo di guardare la realtà?
Il linguaggio di Marziale si adegua alla materia di cui tratta, plasmandosi ad essa perfettamente. Innanzitutto la sintassi è lineare e paratattica. Il linguaggio è schietto e crudo, senza alcuna edulcorazione o perifrasi: la parola è recuperata soprattutto dal gergo più basso e volgare, immediata nel suo significato e pronta a centrare il suo bersaglio, sicuramente agli antipodi rispetto ai poeti classici o agli stessi epigrammisti greci.
E in realtà il nostro poeta vuole segnare un limite di rottura rispetto a quel tipo di poesia, come spiega bene proprio all’interno dei suoi componimenti, sede privilegiata per difendersi dai suoi detrattori.
Marziale introduce un genere nuovo nella letteratura latina, e al contempo lo innova rispetto alla tradizione greca, di cui conserva almeno l’impostazione: poche righe di introduzione all’argomento, e uno o due versi finali dedicati ad una pungente stoccata.
L’innovazione consiste in particolar modo nello sconvolgere completamente le tematiche affrontate: se nella Grecia ellenistica veniva adottato come componimento d’amore, o eziologico, o ancora per alcune iscrizioni epigrafiche, adesso Marziale lo modella dal punto di vista contenutistico, abbassandone sensibilmente il livello rendendolo molto più versatile.
Le accuse da cui è costretto a difendersi vertono proprio su questi due punti: la forma e la materia della sua opera letteraria.
Ai primi, che lo accusano per la brevitas dell’epigramma, controbatte che è necessaria perizia e abilità per concentrare in pochi versi ben curati (labor limae) un argomento, e la stesura di lunghi poemi epici non è sempre garanzia di successo e bravura. D’altronde non si potrebbe non riconoscerne la bravura: egli è riuscito a conferire all’epigramma un nuovo dinamismo non solo contenutistico, ma anche metrico, dimostrando di poter sconvolgere le regole della tradizione, proprio perché le padroneggia e le conosce.
Marziale, come è giusto che sia, non manca di autoironia, e così, ad esempio, nel primo epigramma del II libro, elenca i pregi di un libello: innanzitutto si risparmia carta, in secondo luogo il copista non impiegherà più di un’ora a completare il suo lavoro, e infine, dato non meno importante, il lettore, ammesso che non ami quel libro, sarà invogliato a leggerlo fino alla fine proprio per la brevità che lo caratterizza.
Agli altri detrattori, che gli rimproverano di essere una persona lasciva e di gretta levatura morale, Marziale risponde con una frase degna di nota, contenuta nel quarto epigramma del primo libro: pagina nostra lasciva est, sed vita proba. [Trad. La pagina è di contenuto lascivo, ma la condotta di vita è onesta].
Il punto che mette in evidenza il poeta della Spagna Terragonese, è che non bisogna identificare l’autore con l’argomento della sua opera. Ecco che si presenta una delle annose questioni della letteratura: identificare un autore con ciò che scrive, o analizzarli separatamente? Non è questa la sede per affrontare un argomento così vasto. Basterà concentrarsi sull’oggetto di questa argomentazione e dunque l’arte di Marziale, che nonostante una patina apparentemente volgare e per certi versi rude, dimostra di non aver nulla da invidiare ad altri suoi colleghi.
Ed inoltre proprio alcuni suoi versi smentiscono, involontariamente, chi voleva accusarlo di amoralità e scostumatezza.
Il cordoglio per la morte di una piccola schiava, morta a poco meno di sei anni, lo spinge a scrivere un epigramma, che appare come un’oasi di freschezza e purezza d’animo rispetto al mondo triviale a cui ci ha abituato.
Esordisce rivolgendo una preghiera ai propri genitori, ormai morti, perché si prendano cura della piccola Eration, che nella sua memoria si manterrà per sempre candida e dolce, mentre con la boccuccia, cinguettando, pronuncia il suo nome. Infine, riserva un delicato ammonimento alla terra:
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi, /terra, gravis fueris: non fuit illa tibi. (Epigrammata V, 34)
[Trad. Non ricopra le sue tenere ossa una zolla, e tu /Terra, non essere pesante per lei; ella non lo fu per te.]
Nessuna parola posta a caso. Dolci e intensi accostamenti che concorrono, attraverso una climax ascendente, a trasferire il dolore dal livello personale, a quello più esteso del suo lettore, che difficilmente riuscirà a non commuoversi: vezzeggiativi, parole di armonia e dolore sapientemente accostati per esaltare la lacerazione dell’animo nei due versi finali, sopra citati.
Marziale dunque, in quanto figlio del suo tempo, si rivela degno interprete di un’epoca, che non teme di ritrarre sfruttando tutte le sfumature che la tavolozza linguistica a sua disposizione gli offre, passando dalle tinte più accese e aspre a quelle più miti e delicate, con picchi di notevole intensità e incisività.


 
 
 
 
 
 
 
 
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