Rivolta del pane- Promessi Sposi - ZIP Rivista Letteraria per i Giovani

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Rivolta del pane- Promessi Sposi


Renzo: il capo degli indignados o un operaio dell’ILVA?
Giustizia  sociale, scioperi e proteste

di Laura Micale


Bandiere sventolanti, tamburi martellanti, striscioni, cartelli, spinte, urla, fumogeni, sirene ululanti, blocchi della polizia, proiettili di gomma, squadre anti-sommossa, arresti, feriti e scioperi della fame di chi, comunque, resterebbe morto di fame!
E’ l’aria che respira un’intera Europa, riversata sulle piazze, davanti al Parlamento, alle fabbriche, è una marea umana: Grecia, Spagna, Portogallo, Francia e l’immancabile Italia, per dire NO ai tagli, alla disoccupazione, al rincaro dei prezzi, alla chiusura dei servizi pubblici, a una classe politica che non rappresenta gli interessi della gente, quella gente che rifiuta una vita senza lavoro e prospettive,  con le borse sempre in rosso e vuote!
Dalla solidarietà europea al rifiuto dell’euro, e perché no, alla decisione dei napoletani di battere moneta con il NAPO, un buono sconto al portatore; dalla lotta agli evasori, all’austerity e al fiscal compact; dalle tessere fedeltà, ai buoni pasto; dai regali della raccolta punti, ai tanto attesi fine settimana dello sconto benzina; dalle riforme del lavoro, alle ricette anti-crisi!
Ma quel che resta è meno di un pugno di mosche, solo rabbia e malcontento che riecheggia da una piazza all’altra d’Europa.
Questa non è purtroppo storia di oggi: anche Manzoni racconta ne “I Promessi Sposi” della rivolta di San Martino del 1628, meglio conosciuta come rivolta dei pani. Il suo racconto sembra quello di una delle quotidiane giornate di piazza a cui siamo abituati:

Era quello il second'anno di raccolta scarsa. Nell'antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, molti poderi più dell'ordinario rimanevano incolti e abbandonati da' contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro pane per sé e per gli altri, eran costretti d'andare ad accattarlo per carità.
[---]La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le strade e le piazze brulicavano d'uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l'intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo. Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l'aveva proferito. Tra tanti appassionati, c'eran pure alcuni più di sangue freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l'acqua s'andava intorbidando; e s'ingegnavano d'intorbidarla di più, con que' ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare, quell'acqua, senza farci un po' di pesca. Migliaia d'uomini andarono a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare, che qualche cosa si farebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo sparse di crocchi: fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri, si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci; là uno predicava, e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la stessa domanda ch'era allora stata fatta a lui; quest'altro ripeteva l'esclamazione che s'era sentita risonare agli orecchi; per tutto lamenti, minacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il materiale di tanti discorsi. Non mancava altro che un'occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano, sul far del giorno, dalle botteghe de' fornai i garzoni che, con una gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il primo comparire d'uno di que' malcapitati ragazzi dov'era un crocchio di gente, fu come il cadere d'un salterello acceso in una polveriera. - Ecco se c'è il pane! - gridarono cento voci insieme. - Sì, per i tiranni, che notano nell'abbondanza, e voglion far morir noi di fame, - dice uno; s'accosta al ragazzetto, avventa la mano all'orlo della gerla, dà una stratta, e dice: - lascia vedere -. Il ragazzetto diventa rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle in fretta dalle cigne. - Giù quella gerla, - si grida intanto. Molte mani l'afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all'intorno. - Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi, - dice il primo; prende un pan tondo, l'alza, facendolo vedere alla folla, l'addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato. A questo punto eran le cose, quando Renzo, avendo ormai sgranocchiato il suo pane, veniva avanti per il borgo di porta orientale, e s'avviava, senza saperlo, proprio al luogo centrale del tumulto. Tra questi discorsi, dai quali non saprei dire se fosse più informato o sbalordito, e tra gli urtoni, arrivò Renzo finalmente davanti a quel forno. La gente era già molto diradata, dimodoché poté contemplare il brutto e recente soqquadro. Le mura scalcinate e ammaccate da sassi, da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta. «Questa poi non è una bella cosa», disse Renzo tra sé: «se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne' pozzi?».

E’ un grande quadro che denuncia il malcontento di un popolo affamato, la miseria di una massa urlante, dentro la quale presto si ritrova invischiato l’ignaro Renzo che si rivela essere un uomo di oggi!
Stanchi e folli ci si ritrova proprio contro le forze dell’ordine, che intimano alla compostezza e che fanno semplicemente il loro dovere. Travolti dalla crisi, si arriva persino a gesti estremi, suicidi, rapine, omicidi. Forse sarebbe opportuno nel disordine rimanere ordinati, perché di un povero umile Renzo non se ne faccia il capo di una rivolta di irrazionale violenza! E alla fine, sembra poco, ma non rimane altro che concludere alla maniera manzoniana, rievocando la morale cristiana e che “Dio ci aiuti”!


 



I Promessi Sposi

in dieci minuti

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