Intervista a Giovanna Zucca autrice di "Mani calde" - ZIP Rivista Letteraria per i Giovani

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Intervista a Giovanna Zucca autrice di "Mani calde"



Intervista a Giovanna Zucca, autrice del romanzo "Mani calde"


"Mani Calde" è il romanzo della scrittrice esordiente Giovanna Zucca, laureata in filosofia oltre che infermiera strumentista e aiuto anestesista. Il libro ha già venduto più di 10.000 copie. Racconta la storia di Davide, un bambino sospeso tra la vita e la morte a causa di un incidente stradale: il piccolo, alla fine, guarirà salvando anche qualcun altro... Una storia delicata e commovente ma piena di speranza e di vita, raccontata tramite una scrittura fluida e corale.
Zip ha incontrato la scrittrice giovedì 26 aprile 2012, nel corso della presentazione del libro organizzata dalla Libreria Bonazinga presso il Circolo dei Canottieri Thalatta di Messina.



Giovanna Zucca, Lei è aiuto-anestesista e scrittrice. Cèline, Cronin sono solo i nomi  forse più noti di medici-scrittori ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito. Cosa lega due mondi così diversi, quello astratto della Letteratura e quello estremamente pragmatico della Medicina?

  • Credo abbia a che fare con la necessità di dare un senso alle cose.  Un medico, un infermiere lavora costantemente a contatto con la sofferenza e la malattia, si trova di fronte a grandi “ingiustizie”, a cose incomprensibili alle quali non riesce a dare una spiegazione. Nel corso della mia attività ho visto tragedie susseguirsi in una stessa famiglia, la sorte accanirsi sulle stesse persone: Qual è il senso? Una persona dotata di sensibilità, se si ferma a riflettere, rischia di impazzire. Per reagire ci sono due strade: o cercare di desensibilizzarsi, di diventare cinici o riversare domande ed emozioni nella scrittura. La scrittura diventa lo strumento attraverso il quale si cerca di dare alle cose una parvenza di senso o, in qualche caso, un mezzo di evasione. Vitali, ad esempio, scrive romanzi molto divertenti: è un modo per evadere dalla realtà di sofferenza con cui è quotidianamente a contatto.



Lei è anche laureata in Filosofia…

  • Si. Il lavoro di sala operatoria è molto tecnico, è tecnica pura. Dentro di me, però, c’è sempre stato il bisogno di trascendere, di cercare  e trovare un senso alla vita umana. L’uomo riesce a fare qualcosa di bello, di importante solo quando dimentica la propria finitezza o si proietta in una dimensione che la trascende. Amo moltissimo il mio lavoro, desideravo farlo sin dai 15 anni, ma amo altrettanto la filosofia. Mi sono accostata ad essa in età adulta, riuscendo a  trovare dei sensi che prima mi sfuggivano, a stare meglio con me stessa, a sentirmi una persona più completa, migliore. Spero di portare nell’uno e nell’altro campo qualcosa di buono.



Parliamo del suo romanzo. “Mani calde” è ambientato tra le corsie di un ospedale e racconta la storia di un bambino, Davide, gravemente ferito in un incidente stradale. Questo tipo di ambientazione è una scelta coraggiosa e, nello stesso tempo, rischiosa perché il lettore al primo impatto potrebbe non essere particolarmente allettato… Cosa ne pensa?

  • Si, l’ho pensato. Per questo ho deciso di chiarire subito, in prima pagina, che Davide guarisce. L’ho fatto prima di tutto per me stessa, poi anche per il lettore: io non amo l’ansia provocata da un racconto che lascia con il fiato sospeso fino all’ultimo. In questo modo, la mia storia appare sin da subito un racconto di speranza e di guarigione piuttosto che di sofferenza e la trama risulta alleggerita.



Una recente scoperta scientifica sembra rovesciare il noto proverbio “mani fredde, cuore caldo”.  Il titolo del suo romanzo “Mani calde” allude alla percezione dell’affetto e del calore umano avuta da Davide grazie al contatto con le mani dei genitori, dei medici, degli infermieri. Come scrittrice le chiedo che importanza assume questo aspetto nel romanzo; come infermiera se la componente affettiva può veramente incidere positivamente sul paziente accelerandone la guarigione.

  • Nel romanzo per Davide è  molto importante “comunicare” con chi lo circonda e instaurare con loro delle relazioni emotive positive. Ma il bambino è a letto, non può parlare e per un pò non riesce nemmeno ad aprire gli occhi. Le mani di chi lo toccano sono quindi il mezzo più immediato attraverso il quale ricevere sensazioni e percepire il contatto con l’Altro. Il collegamento con la scoperta scientifica alla quale fa riferimento, in realtà, è avvenuto solo a posteriori. Nel romanzo, le mani calde indicano a Davide amore e bontà semplicemente perché le associa alle mani della mamma che “sono sempre calde”.  Come infermiera, ritengo che l’affetto, l’amore e la presenza delle persone che circondano il malato possa effettivamente incidere positivamente in combinazione, ovviamente, ad altri fattori.  È  la stessa ragione per la quale, in un momento di difficoltà, ci rifugiamo presso un’amica o una persona cara e troviamo in questa relazione accoglimento, empatia, sollievo.  Per quanto riguarda i pazienti in coma, io posso solo esprimere una fede. Gli esseri umani comunicano attraverso il logos, la parola ma anche attraverso altri canali “misteriosi”. Se il messaggio è continuo, fiducioso, caldo qualcosa arriva… Non è possibile provarlo scientificamente ma non è nemmeno possibile provare il contrario.



Uno dei personaggi del romanzo, il Dott. Bozzi, è medico geniale e preciso ma cinico e scorbutico. Quanto il suo personaggio assomiglia al Dott. House? Cosa ne pensa della crescente tecnicizzazione del rapporto medico-paziente e del progressivo incrinarsi di una relazione basata sulla fiducia e sul contatto umano?

  • L’associazione tra il mio personaggio e il dott. House è possibile ma solo ad una prima lettura: in effetti, House è molto più simpatico e umano! Il dott. Bozzi, infatti, non ha semplicemente un atteggiamento distaccato e scostante, un caratteraccio dietro al quale è possibile intravedere dei sentimenti ma è una persona che ha deciso di congelare ogni sentimento e di chiudersi completamente alle relazioni umane. Delega, ad esempio, al suo Aiuto tutti i contatti con i parenti dei suoi pazienti e, a questi ultimi, offre solo la grande competenza tecnica che è consapevole di possedere. Entrare in relazione con l’altro può essere foriero di paura… Bozzi, che è cresciuto solo e ha già sofferto, non vuole correre il rischio che questo accada di nuovo. Per quanto riguarda il crescente tecnicismo in campo medico, devo dire che mi spaventa perché nasce dalla pretesa di poter spiegare tutto e di poter tutto ricondurre a dati quantificabili scientificamente. È pericoloso perché fa perdere di vista quanto di misterioso e inspiegabile c’è nell’essere umano. Mi riferisco, ad esempio, alla coscienza: nessuna scienza potrà mai parametrarla, spiegarla o definirla in termini netti e precisi perché,  come l’amore, rappresenta un’esperienza soggettiva. La medicina non dovrebbe mai trascurare o dimenticare che nell’uomo esiste anche questa componente.



Possiamo dire, senza anticipare o svelare troppo, che nel suo libro Davide non è l’unico a guarire?

  • Certamente si. La guarigione più inaspettata  e straordinaria non è quella di Davide. Il bambino, con l’immediatezza che caratterizza la sua età, capisce che dietro una maschera, a dispetto delle convinzioni degli altri, è possibile trovare un cuore buono e smuovere qualcosa. Il sottotitolo di questo romanzo potrebbe essere: “niente è come sembra”… il libro ci mette in guardia dal dare giudizi affrettati sulle cose e sulle persone.


                                                                                                                                                                         
                                               Giulia Lionetto Civa






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L'autrice Giovanna Zucca






Libreria Bonazinga: La Titolare Daniela Bonazinga

 
 
 
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