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La favola

Archivio > XIII numero - Marzo

La favola:
la metafora degli animali come specchio della società e degli uomini

di Angela Mirabile


Spiegare la realtà e molti comportamenti umani attraverso la satira e la metafora degli animali è ormai una consuetudine,  ma non certamente una novità dei nostri giorni.
Sin dall’antichità, la letteratura si è sempre avvalsa di questo stratagemma, per divertimento, per fini didattici o addirittura anche per aggirare l’ostacolo di una condizione politica e storica proibitiva per la libertà di parola.
Il primo che cercò di spiegare la realtà attraverso i comportamenti animali fu il poeta greco Esiodo, collocabile agli albori della letteratura greca, posteriore ad Omero. All’interno del suo lavoro “Le opere e i Giorni” inserisce una favola nota come “Lo sparviero e l’usignolo”. Questo, mentre cinguettava melodiosamente è stato catturato da uno sparviero, animale più forte che deciderà la sorte del malcapitato. La favola mette in evidenza una dura legge di natura in base alla quale il più forte vince sempre sul più debole.
Altro autore sempre greco che usò il paragone animale in relazione agli uomini, anzi donne, è Simonide, vissuto nel VII secolo A.C. Di lui ci sono giunti diversi frammenti, il più famoso dei quali è un giambo contro le donne. Si tratta di un componimento carico di invettiva, che classifica il genere femminile in vari tipi, secondo qualità che le accomunano ad alcune caratteristiche animali, piuttosto che altre: c’è la donna scimmia, terribile di aspetto; la donna cavalla, bella fuori, ma senza alcuna intenzione di faticare; e l’elenco continuerebbe ancora fino ad arrivare alla donna ape, l’unica che forse si salva nel catalogo misogino del poeta greco.
Ma il genere dove questo connubio animale- uomo trova la sua maggior fortuna è ancora nel mondo greco con Esopo. Chi non ha mai letto le sue favole, durante un compito di greco con le lancette dell’orologio che scandivano il tempo, o con più serenità, per il puro gusto della lettura?
All’autore greco sono attribuite ben più di quattrocento favole. Lungi dal metterci a fare una dissertazione filologica e di attribuzione, questi racconti sono tipicamente brevi, intessuti su uno stile semplice e lineare che predilige l’immediatezza grazie all’uso del discorso diretto.
I protagonisti sono soprattutto gli animali. Gli uomini compaiono raramente, e quando ci sono, sono di umile estrazione sociale, come contadini o schiavi.
Gli animali, ritratti in uno spaccato verosimile della loro quotidianità, su larga scala diventano emblema dei vizi e delle debolezze, talvolta anche delle virtù degli uomini.
Ed ecco così la volpe astuta e furba che aggira gli sprovveduti che incontra sulla sua strada, con le sfumature più subdole e sottili; il lupo, simbolo della cattiveria e della sopraffazione; e ancora il leone, emblema della forza violenta, ma anche della nobiltà d’animo, nonché della riconoscenza nei confronti di chi lo merita.
Con la formula “la favola insegna che” si conclude la favola: una morale che spiega in modo chiaro il significato del racconto comparandolo alle situazioni umane.
L’esempio della favola, dalla Grecia si trasferì a Roma grazie a Fedro. Anche lui probabilmente di origine tracia come Esopo, scrisse le sue favole in senari. Vissuto tra la fine del I secolo A. C. e l’inizio del I secolo D. C., lascia trasparire una visione pessimistica della vita: i più deboli saranno sempre destinati a soccombere di fronte alla sopraffazione dei più forti.
La celebrità dell’autore latino si ebbe soprattutto nel corso del Medioevo e del Rinascimento, quando i suoi versi furono ridotti in prosa per poterli utilizzare a fini didattici per gli studenti. Spesso la fama fu tale, che le sue stesse favole andarono a confondersi con le massime di saggezza popolare.
Nello stesso Medioevo, questo genere fiorisce offrendo modelli anche in lingua d’oil. Uno di questi modelli è il “Roman de Renart”, una raccolta di favole satiriche, dove gli animali sono unici attori della scena, interpretando ruoli sociali reali, impegnati in fantasiose peripezie. Renart, il protagonista di questo romanzo provenzale, è una volpe, Ysengrin è un lupo, suo acerrimo nemico, o ancora Noble, un leone il cui nome rimanda immediatamente alla sua nobiltà e alla maestosità.  A loro si unisce una miriade di altri personaggi ferini: ognuno con una propria famiglia e una propria storia che di volta in volta lo porterà ad interagire con gli altri.
Da qui gli animali sono sempre stati un ottimo diversivo per poter parlare di argomenti tanto difficili quanto attuali, con più disinvoltura.
In pieno Risorgimento, pensiamo ad esempio, ai Paralipomeni della Batracomiomachia scritti da Giacomo Leopardi.
Come si ricorderà la Batracomiomachia è stata attribuita a Omero e tratta la lotta tra topi e rane. I Paralipomeni alla Batracomiomachia riprendono una parte che sarebbe stata tralasciata dal sommo poeta greco: la lotta tra i topi e i granchi.
Il poemetto satirico in ottave è stato scritto nel 1831 e si rifà al fallimento dei moti risorgimentali del 1820-21. Ogni animale risponde qui ad ogni categoria che ha preso parte a quegli avvenimenti, offrendo lo spunto per analizzare cause e conseguenze di quanto accaduto.
Sotto le chele dei granchi ecco i perfidi austriaci, alleati delle rane pontificie, che cercano di reprimere e sedare la rivolta dei topi liberali, ritenuti dall’autore inoffensivi per i loro nemici.
A riprendere però la tradizione favolistica che ha avuto come padri proprio Esopo e Fedro ci pensa il francese Jean de La Fontaine.
Vissuto nella seconda metà del Seicento, si riallaccia ai testi medievali e rinascimentali che hanno tramandato i testi dei due autori classici. Pubblicò raccolte di favole dal 1668 fino al 1694, l’anno prima della sua morte, dando un importante contributo al genere della favola che fino ad allora aveva risentito dell’intento didattico. La Fontaine, invece, la rende occasione per rappresentare un universo variegato, ricco di vizi e virtù, senza rinunciare alle sfumature fantastiche e umoristiche.
Un esempio delle sue favole più conosciute è quella della Cicala e della formica, animali divenuti il simbolo per eccellenza di chi lavora sodo con la previsione del futuro, e chi invece scialacqua il proprio tempo senza diligenza e accuratezza.
Il classicismo di cui è esponente La Fontaine non inficia per nulla la bellezza del racconto irrigidendola dentro meri schemi formali. Lo stesso moralismo, tipico ormai di questo genere letterario, non risulta mai pesante, ma è semplice conseguenza della narrazione, breve e incisiva.
Anche stavolta, come negli antesignani del genere prevale una visione pessimistica. Il tono è di pacato disincanto di fronte ai ritmi che governano la vita degli uomini.
La favola, e più in particolare il racconto che predilige la presenza degli animali per dare una spiegazione alle mille sfaccettature della realtà, ha goduto di fortuna continua dall’antichità fino ai giorni nostri. Basti pensare che in Italia il poeta romano Trilussa, al secolo Carlo Alberto Salustri, nato nell’ultima parte dell’Ottocento e morto nel 1950, nella sua vasta produzione, ricollegata alla letteratura dialettale, abbraccia oltre che poesie, anche favole i cui i protagonisti principali sono gli animali. Questi diventano, infatti, la chiave privilegiata per poter fare satira politico-sociale. La differenza rispetto alla tradizione sta nel fatto che la sua morale non è un insegnamento generico su casi topici della vita, quanto un acuto e attento riferimento all’immediata contemporaneità.
Da qui gli esempi che si snodano diventano sempre più numerosi e variegati, e chissà quanti si rischia di dimenticarne.
Ultimo caso che di attualità con protagonisti gli animali potrebbe essere il più famoso “Animal Farm” dell’inglese George Orwell. Lo scrittore, vissuto in un Novecento dilaniato da guerre mondiali e regimi dittatoriali di ogni colore, usa l’ambientazione di una fattoria e della sua gestione per spiegare e analizzare i vari passi che hanno portato alla Rivoluzione di Ottobre in Russia e alle sue conseguenze.
Non ci troviamo di fronte ai personaggi canonici della favola, come il lupo, la volpe, l’agnello, la formica etc., descritti in stereotipate abitudini e caratteristiche. Il quadro dei dettagli si fa più preciso e definito: ogni animale della fattoria, dalle pecore ai maiali, dalle mucche alle galline, ha una sua specifica identità storica e sociale; e alla fine non c’è nessuna morale che, nel bene o nel male, dia dall’alto generiche linee guida sugli insegnamenti da trarre, validi in ogni occasione.


 
 
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