Morte, tombe e letteratura - ZIP Rivista Letteraria per i Giovani

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Morte, tombe e letteratura


"Aria" dei primi di novembre nelle opere letterarie
La letteratura tiene in "Vita"
Che ruolo ha la morte nella letteratura e nella vita?

di Cristiano Candurro


«Ogni anno, il due novembre, c'è l'usanza per i defunti di andare al cimitero...»
L'avete riconosciuta? Si tratta di «'A Livella», una poesia composta intorno al 1953 dal Principe Antonio de Curtis, meglio noto al grande schermo come Totò. Essa fu scritta con il proposito di esaltare e, forse, di svelare il vero senso di Colei che per gli atei costituisce la fine di ogni cosa, per i religiosi  l'ingresso dell'anima in una nuova vita, per i letterati di tutti i tempi un momento rilevante nell'esistenza e nelle vicissitudini dei loro personaggi... Si è ben capito, dunque, che stiamo parlando della Morte. La riflessione su di essa, ogni anno, bussa alle nostre porte agli inizi di novembre mediante due festività ad essa correlate che ricadono, rispettivamente,  giorno 2 e  giorno 4 (commemorazione dei caduti di guerra). E' proprio in questi giorni che, maggiormente rispetto ad altri momenti dell'anno, abbiamo la possibilità di riscoprire il nostro intimo e segreto legame con una persona non più presente tra noi, recandoci semplicemente al cimitero per rispolverare la tomba di famiglia, per ornarla con nuovi fiori e lumini e, se siamo credenti, per pregare. Tutto ciò a testimonianza del fatto che chi lascia di sé un valido modello di vita non muore mai.
Questa constatazione non è altro che il messaggio di fondo lanciato dal Carme dei Sepolcri (1807) che Ugo Foscolo compose dopo essere entrato in contatto con la tradizione preromantica inglese di Thomas Gray, sconvolgendo totalmente il giovane amico Pindemonte  e il progetto del suo poemetto "I Cimiteri", rimasto incompiuto. Nei Sepolcri sono ossequiate "l'urne de' forti", degli uomini straordinari del passato, e vengono esaltate le sepolture a contatto con il verde e la natura (usanza tipicamente inglese ma piuttosto vicina alla nostra), screditando le fosse comuni e gli ossari liberi delle chiese medioevali.  Foscolo infatti, malgrado il suo radicale ateismo materialistico, confidava in una forma di sopravvivenza consistente nel ricordo perpetuato dalla tomba, che rende possibile un dialogo (come avviene nel celeberrimo sonetto In morte del fratello Giovanni) tra chi è vivo e chi non è più.
La visione foscoliana vanta almeno due illustrissimi precedenti. Se ben ricordiamo, anche un politico in declino della Firenze cinquecentesca immaginava, nottetempo, di dialogare con i grandi uomini del passato (ovviamente morti) che poteva incontrare grazie alle letture di numerosi volumi di cui la sua biblioteca ne andava piena, talvolta disprezzando i vivi che, "ingaglioffendosi" e "marcendo nello ocio", sembravano morti davvero (affermazione che, sotto certi aspetti, è valida ancora oggi!): si tratta di Niccolò Machiavelli che, condannato al confino per presunta congiura antimedicea, si ritirò nella sua tenuta di San Casciano (l'Albergaccio) trovando unico conforto nella letteratura. Se volessimo tornare ancora più indietro nel tempo, potremmo renderci conto che concetti simili compaiono anche nell'epistolario pertarchesco.
Se in questo dialogo con chi non c'è più potessimo farci svelare cosa c'è dopo la morte...  Un personaggio letterario che, "nel mezzo del cammin della sua vita", si è ritrovato a viaggiare in quello che, secondo la dottrina cristiano-medievale, è la dimora di ogni uomo dopo la vita terrena, ha avuto questo privilegio. Chi meglio del Poeta per antonomasia, dunque, avrà avuto modo di conoscere come anime di differente indole sono trattare nei tre regni dell'aldilà? Colpiscono due frasi pronunciate rispettivamente dall'anima del nobile marchigiano Buonconte da Montefeltro («Io fui di Montefeltro, io son Bonconte» Purg.V,v.88) e dall'imperatore Giustiniano («Cesare fui, son Iustiniano» Par.VI, v.10), espressioni che testimoniano chiaramente, mediante contrapposizioni passato/presente, che, dopo la morte, a prescindere dal rango sociale e dal prestigio ottenuto in vita, ogni anima è uguale alle altre.
E questa sarà anche la morale che il Principe della Risata assegnerà a «'A Livella», poesia in cui l'anima di un umile netturbino, stufa delle provocazioni di quella di un nobile arrogante, le dirà stizzita:«'A morte 'o ssaje che è, è una Livella (met. utensile), nu rre, nu maggistrat, nu grand'ommo, trasenno stu canciello a fatt 'o punto ch'ha perzo tutto...sti ppaggliacciate 'e ffanno sulo e vive: nuje simmo serje, appartenimmo 'a morte!».(trad. Sai cos'è la morte? È una livella, un re, un magistrato, un grande uomo, entrando in questo cancello è giunto al punto che ha perso tutto...queste buffonate la fanno solo i vivi: noi siamo seri, apparteniamo alla morte!).

 
 
 
 
 
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