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Creatività, follia e genialità: esiste una relazione?


Da Tasso a Van Gogh, molti artisti hanno sofferto di turbe psichiche
Esiste una relazione tra creatività e follia?
Si, secondo alcuni studiosi. Ma sulla spiegazione non tutti concordano.

di Giulia Lionetto Civa


Originalità, creatività, eccentricità caratterizzano quelle persone che definiamo geni. Queste stesse persone sembrerebbero esposti a un più alto rischio di malattia mentale. Perché? La relazione tra creatività e follia è un enigma che ha sempre affascinato il pensiero occidentale. La prima formulazione del quesito risale, infatti,  al canone aristotelico: nella Problemata XXX, Aristotele si interroga sul perché tutti gli uomini eccezionali abbiano un temperamento “melanconico” e siano affetti dagli stati patologici che ne derivano. Da notare che le caratteristiche attribuite a tale melanconia portano a classificarla tra i disturbi dell’umore e, precisamente, ad identificarla con la psicosi maniaco-depressiva.
Secondo Petrarca, che si si sofferma sulla questione nell’Epistola a Zoito,  “non esiste alcun ingegno se non mescolato alla follia”.
Il tema risveglia grande interesse soprattutto in età rinascimentale e  diventa addirittura centrale durante il Romanticismo. I Romantici ritengono che la sregolatezza della passione, la stessa che in passato aveva tormentato Michelangelo e Caravaggio, alimenti al contempo il furore creativo e il tormento della pazzia. Genialità e follia formano il binomio necessario per il produrre creativo. E' anche lo scotto che  deve pagare alla società borghese chi non si uniformaalle sue regole. Nasce allora la leggenda dell’artista incompreso, considerato folle solo perché troppo eccentrico ed originale rispetto alla tradizione. Prototipo di tale artista è Lord Byron che, tuttavia, come dimostrato dalla ricercatrice Jamison, apparteneva effettivamente ad una famiglia gravata da patologia mentale.“Folli” e sregolati sono tutti gli  artisti decadenti, un po' per posa, un po' a causa di uno stile di vita tormentato ed estremo.
Durante il Positivismo, la presunta relazione tra genialità e follia viene indagata con l’intento di verificare se essa poggia su dati scientifici effettivamente riscontrabili e quantificabili. Particolarmente significative sono le conclusioni cui giunse Cesare Lombroso, padre della moderna criminologia. Secondo Lombroso folle, genio e criminale risulterebbero accomunabili in quanto tipi devianti rispetto al comune. La tendenza all’eccesso e ad uscire dai canoni avrebbe base ereditaria e spiegherebbe il ricorrere nelle medesime famiglie di personalità eminenti per creatività o bizzarria. In pratica, le cause dei comportamenti eccezionali sarebbero da ricercare nella storia biologica di ciascun individuo e da imputare a una costituzione fisica anomala. Ovviamente le conclusioni rigidamente materialistiche e organicistiche non possono non procurargli l’accusa di trascurare l’importanza dei fattori sociali nell’insorgenza di comportamenti deviati di qualsivoglia natura.
Secondo alcuni studiosi più recenti, la relazione genialità/follia è solo apparente, condizionata da errori metodologici, dovuti ad esempio all’uso di biografie. Le personalità che spiccano sulle altre, come poeti, scrittori, pittori celebri, sono più esposte alla rivelazioni di particolari privati che normalmente, a causa dello stigma negativo che li accompagna, verrebbero occultati.
Ci sono, tuttavia, degli studi ritenuti attendibili che registrano una frequenza fino a tre volte maggiore di disturbi mentali tra coloro che esercitano una professione artistica o creativa.  Se tali dati fossero veri, viene da chiedersi in che modo e perché la psicopatologia possa influenzare l’espressione creativa e/o viceversa.
Un’ipotesi è che la malattia mentale, non grave, favorirebbe l’autoaffermazione, quel processo che permette la conoscenza di sé stessi e e delle proprie capacità. La stessa malattia mentale, aumenterebbe, inoltre, la creatività: la schizofrenia, ad esempio, a causa della tendenza ad associazioni di idee inusuali, favorirebbe l’originalità; il flusso accelerato della mania, la creazione letteraria.  
Interpretazioni sociologiche, invece, attribuiscono il legame creatività/malattia mentale a un processo di selezione nella scelta della professione. Giacché le attività di questo tipo possono essere discontinue e  quindi compatibili con le irregolarità di tali patologie, è possibile che questi soggetti sofferenti scelgano professioni che sentono a loro più confacenti.
D’altra parte potrebbero essere anche le stesse professioni creative a favorire l’insorgenza di malattie mentali soprattutto di tipo ansioso e depressivo, esponendo più di altre all’insuccesso o alla precarietà economica
Che esista una relazione o che si tratti di mere coincidenze, è fuor di dubbio che alcuni tra i più Grandi scrittori e pittori di tutti i tempi furono affetti, più o meno gravemente, da patologie mentali: Tasso, Flaubert, Manzoni, Poe Michelangelo, Caravaggio, Van Gogh… per citare solo alcuni nomi celebri.
Il primo della lista, Torquato Tasso, fu affetto da manie di persecuzioni e ossessioni, causa di comportamenti violenti e autopunitivi. Tra gli episodi più emblematici, si registrano il tentativo di uccidere con un coltello un servo, dal quale si riteneva spiato; il fingersi morto presso la sorella per saggiarne la reazione; la scenata plateale durante le nozze del duca Alfonso d’Este con Margherita Gonzaga che gli costò la prigionia nel manicomio di Sant’Anna per ben sette anni. La sua malattia fu, forse, generata dal dissidio tra il Rinascimento "pagano" e la Controriforma cattolica? Non lo sappiamo, né siamo in grado di darne una precisa definizione medica. Sappiamo, tuttavia, che non fu tale da impedirgli di continuare a coltivare le lettere e di rivedere, proprio durante gli anni trascorsi in manicomio, la «Gerusalemme liberata» trasformandola in «Gerusalemme Conquistata»: operazione artisticamente mediocre ma frutto di una mente vigile e capace di concepire un progetto logico e ben strutturato.
Flaubert, ancora giovanissimo, aveva scritto un brevissimo romanzo autobiografico “Memorie di un pazzo”. La prima crisi nervosa vera e propria, però, sopraggiunse qualche anno dopo, nel 1844: da quel momento lo scrittore si ritirò nella proprietà di Croisset, che non avrebbe lasciato quasi più e dove scrisse i suoi capolavori.
Van Gogh è l’artista folle per eccellenza. Il pittore soffriva di allucinazioni, paranoie e manie suicide che si sarebbero concretizzate nel gesto estremo che, a 37 anni, lo condusse alla morte.  Un anno prima della sua morte, dopo una violenta discussione con Gauguin, il pittore, in un eccesso d’ira, si era reciso l'orecchio sinistro, come testimoniato da uno dei suoi autoritratti. Molto spesso la sua pittura è stata studiata con l’intento di scoprire come e quanto le sue turbe psichiche si siano riversate nelle opere. Ad esempio, la prevalenza del giallo, l’uso straniante di colori e forme, è stato da taluni considerato il frutto delle sue allucinazioni e della percezione distorta della realtà.
Francisco Goya, intossicato da alcune sostanze allora presenti nei pigmenti dei colori (in particolare il piombo) fu affetto da un'encefalopatia, divenne sordo ed ebbe un’alterazione della personalità. Si pensa che le turbe psichiche di Michelangelo possano aver avuto la stessa causa. In questi casi, dunque, l’arte potrebbe essere stata, oggettivamente e materialmente, la causa della malattia mentale.
In altri casi, invece, le turbe psichiche allontanarono progressivamente i soggetti interessati dalla creazione artistica: è il caso di Manzoni che, anche a causa dei disturbi nervosi da cui era afflitto, ad un certo punto della sua vita preferì dedicarsi esclusivamente alla revisione dei “Promessi Sposi” e a ricerche linguistiche piuttosto che alla scrittura di nuove opere.
Ci sono, infine, degli artisti che trovarono nell’arte uno sfogo e un mezzo per comunicare la loro sofferenza: è il caso di Alda Merini, la poetessa della pazzia, con i versi della quale vogliamo chiudere questo breve excursus sul rapporto creatività/genialità. Un excursus che ci lascia sempre con il punto interrogativo iniziale: esiste un’effettiva relazione creatività/follia?  Possiamo ricorrere, in assenza di risposte scientifiche universalmente condivise, al luogo comune secondo cui “ogni artista è un po’ folle”…

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.


 
 
 
 
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